Giannina Braschi: storie dalle macerie delle Torri Gemelle

STORIE

Vedute da Ground Zero

http://www.storie.it/numero/vedute-da-ground-zero
ground-zero-today

Ho visto un tronco cadere dalla torre – niente gambe – niente testa – solo un tronco. Sono ridondante perché non posso credere a quello che ho visto. Ho visto un tronco cadere – niente gambe – niente testa – solo un tronco – precipitare nell’aria – vestito con una camicia bianca bianca – la camicia dei manager – infilata – per bene – sotto la cintura – allacciata stretta – che gli tiene su i calzoni, senza gambe. Aveva urtato una trave d’acciaio – ed era morto – un ducato che è morto, morto! – sul pavimento del negozio Krispy Cream – con ciambelle inzuccherate al posto della testa – appena sfornate, croccanti e rotonde – calde e gustose – e questo manager – a terra stringeva in mano una ventiquattrore – e all’anulare, la fede nuziale. Immagino che abbia pensato che la ventiquattrore fosse la sua sorte – o la sua consorte – o che fossero un tutt’uno – perché la valigia era stretta con forza come la fede di nozze.

Ho visto la moglie di questo manager entrare nel negozio di Stanley il Calzolaio, con un biglietto rosa in mano. Era andata a ritirare le scarpe del manager. Dopotutto avevano trovato i piedi, e lei voleva seppellire i piedi con le scarpe. Ero lì, a parlare con Stanley il Calzolaio, perché anch’io dovevo lasciare le mie scarpe, un paio di stivali rosa, al negozio di Stanley. Mi disse – non crederai a quello che ho visto. Ho visto Charlie, il proprietario del Bar e Grill Saint Charlie, assistere al funerale del ventesimo secolo. Va fuori ad appendere il cartello cessata attività, guarda in alto, e il carburante dell’aereo brucia e fonde Charlie. E lo sai come, come è arrivato a terra il tronco, come è atterrato? Quello che ho visto arrivare a terra era una piccola bolla di sangue, uno splash quasi impercettibile, silenzioso, che si scioglie nel cemento, e si disfa senza rumore.

Ho visto un passeggero sospeso sull’orlo di un ponte – con i piedi all’aria – le gambe scalcianti – e tutte e due le mani aggrappate a una trave d’acciaio che penzolava staccata dal ponte – prossimo a cedere – con il passeggero – che scalciava con le gambe – come se potesse farsi largo a destra e a manca fino dall’altra parte – dove c’è sabbia lieve e acqua – acqua profonda – come se potesse nuotare fino alla riva e rimanere vivo. L’epoca del cammello è tornata, e della sabbia. L’epoca della difficoltà. Ora devi scalare dune sabbiose di mattoni e calce. Le strade non sono piane, ma fitte di barricate, tunnel e solchi, e devi camminare in mezzo alla confusione, e a volte ti sentirai perso dentro, senza vedere la fine – né un’uscita – e cadrai nella disperazione – ma vedrai un velato fascio di luce – che appare e scompare – e quando svanirà – la tua speranza svanirà – e ti scoprirai sorpreso – perché sarà la tua andatura a cambiare. E penserai – ero sempre Lepre Elegantona e ora sono Tartaruga Compagnona – non che io abbia smarrito la strada – solo l’andatura – per via del corpo morto che mi porto sulla schiena – sulla gobba del cammello – nella tempesta del deserto – senza oasi in vista – se non la luce sorridente della terra promessa.

Ho visto un bellissimo dagherrotipo di un poeta, nella vetrina di un negozio. Non ho la certezza se fosse Baudelaire o Artaud – aveva gli occhi di Baudelaire – il naso e la bocca di Artaud – era un miscuglio – ero divertita e perplessa. Cosa ci fanno i miei maestri nella vetrina di A La Vieille Russie? Sono entrata e con mia sorpresa dietro il bancone c’era Vasily Vasilich Gurevich, proprietario dell’Optik di New York, fra la Madison e Park Avenue, sulla 58esima strada. Avevo acquistato da lui una collezione di occhiali antichi provenienti dalla Russia, dalla Francia e dalla Cina. L’ho riconosciuto subito, e gli ho detto:

“Gurevich, che ci fai qui? Gli affari ti devono andare bene. Congratulazioni! Ora hai due delle migliori boutique ”.

“Non proprio, Brasky. Il mio Optik ho dovuto chiuderlo”.

“Oh, no, il mio Optik”.

“L’economia, Brasky. Dopo l’11 settembre, in tre mesi non ho venduto un paio di occhiali. Se non è made in USA, non si muove. Non potevo più pagare l’affitto. Ho dovuto chiudere e trovarmi un lavoro qui. Guarda questo armadietto. Ci ho messo gli occhiali del mio Optik. Prova questi”.

“No, quello che adoravo era il posto. L’esperienza teatrale. Non è solo per gli occhiali, è dove li appendevi. All’orbita di un teschio, quello era speciale”.

“Brasky, se ti dicessi che era di Sarah Bernhardt, ci crederesti?”

“Quel paio di occhiali?”

“Il teschio. Guarda, c’è un’iscrizione dietro. Squelette, qu’astu fait de l’ame [1]. Fu un regalo di Victor Hugo a Sarah Bernhard. Faceva parte dell’arredo scenico per la sua leggendaria messa in scena dell’Amleto. Lo sai, Brasky, gli inglesi criticarono la Bernhardt perché era troppo bianco e pulito – e non era credibile che questo teschio bianco potesse essere stato sottoterra per più di ventitré anni. E lei guardava il teschio con adorazione mentre, in base alle indicazioni sceniche, avrebbe dovuto lasciarlo cadere disgustata”.

“Ma dimmi tu che idee! Logico che fosse affascinata. Vedere il suo futuro condensato nel passato. Perché il bello di contemplare un teschio è che, mentre lo guardi, quello è il momento in cui il passato e il futuro si uniscono nel presente – solo un teschio può farti vedere quello che eri e quello che sarai. Alessandro morì, Alessandro fu sepolto, Alessandro tornò polvere, la polvere è la terra, con la terra facciamo i nostri pagamenti a cottimo e le nostre smorfie per tenere il conto dei nostri lamenti – e questo è tutto – l’autoritario Cesare morto, morto e di nuovo polvere. Guarda, quando i miei amici hanno saputo del crollo – alcuni hanno sorriso e mi hanno augurato la morte. Erano felici. Uno di loro ha detto:

“Alla fine, l’Impero sta crollando. È l’inizio del rovesciamento. E che disfatta”.

“Se loro sono caduti, non per questo tu ti alzerai. Perché sei così felice?”

“Perché dalla caduta si alzeranno altre torri”.

“Bene. Bene”, gli ho detto. “Ma le torri che si alzeranno non saranno quelle che ridevano quando cadevano le nostre. Non è la risata ad alzarsi. Quello che si alza è il sipario”.

“È la fine del mondo. Ero esaltato da tutta la situazione. Ebbene, se stiamo tutti per morire, venderemo cara la pelle, merda, ma io che ne so? È una bomba atomica – la fine del mondo – la fine del millennio? Fine della paura di essere licenziati – per refusi o lentezze – digressioni o recessioni – e che modo di essere licenziati – scoppiare fra le fiamme – senza un preavviso di due settimane – e senza sei mesi di disoccupazione – e senza aspettativa, ferie o riposi compensativi – senza una parola su cosa sarebbe accaduto – in una gloriosa mattina – mentre la natura continuava il suo corso indifferente all’uomo – allora giunse il momento in cui quel cielo limpido diventò un nero, disgustoso buco dell’inferno – di una notte – con valigie, un pneumatico, carte, computer, scrivanie, e corpi che cadono – e persone che corrono e urlano”.

“Fanculo! Tieniti il tuo lavoro. Tieniti le tue strisce. Voglio la mia vita indipendentista. Sto entrando in affari. Sto per mettermi in proprio. Ma poi guardo il conto in banca e vedo uno zero rosicchiato. Non posso andarmene. Non ancora, almeno. Mi guardo allo specchio. Vedo che sto invecchiando, ma non faccio passi avanti. In teoria ero il capo di me stesso – sono un buon capo – e il mio capo – lo sa – ecco perché sta sempre a controllarmi, mi opprime, controlla i miei orari. In giro fino a tardi ieri sera? Perché ero ancora in ritardo stamattina e non sono pettinato e sono stressato e non so cosa fare. Cosa dovrei fare – prendere una pistola e spararmi – o prendere un tranquillante e dormire? Perché dimostrargli che hanno ragione? Capisci, che persona complicata, che agitatore? Sempre in guardia. Perché devi stare così sulla difensiva – mi dicono sempre – nessuno ti sta assalendo. Perciò cosa gli dico – sono stato sfruttato e maltrattato – sottovalutato – sottopagato – dato per scontato, non ascoltato, non preso sul serio, rifiutato e deprivato. Stiamo meglio adesso di vent’anni fa? È quello che chiedono sempre i politici quando si mettono le mani in tasca – e tirano fuori qualche moneta nel pugno e la fanno suonare come un campanello. E ti fanno l’occhiolino, come se tu fossi complice di un crimine: ‘Perché stiamo insieme in quest’affare’. O sopravviviamo, o inondiamo il palcoscenico di lacrime, soltanto per un guscio d’uovo. Lo sanno, e noi lo sappiamo meglio – non che le cose non siano migliori. Chi sono io per giudicare? E non mi interessa se siamo migliori o peggiori. Sono più cinico di così. So cosa devo aspettarmi, e anche io faccio l’occhiolino – come un complice in un crimine. Ma non mi si dicano bugie. Non strizzate l’occhio e non dite che le cose sono migliori, mentre non lo sono. O che erano meglio mentre non lo erano. Vedo quello che vedo con i miei occhi – non con i vostri – e questo non vuol dire che non approvo i vostri occhiolini. Strizzo l’occhio quando lo strizzate a me – e se piangete – piangerò con voi – ma non mentirò a me stesso. Quello che vedo è quello che vedo – ma permettetemi di non essere d’accordo. Mi piacciono le vostre bugie – e il modo in cui le dite ancora di più – perché amo l’industria dello spettacolo”.

[1] Scheletro, cosa ne hai fatto dell’amore [NdT].

“Vedute da Ground Zero” è tratto da Storie 55/2005 traduzione di Laura Petruccioli

storie55

“Vedute da Ground Zero” è tratto da Storie 55/2005
traduzione di Laura Petruccioli

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Autora busca la libertad en la palabra

“United States of Banana”, lo nuevo y controversial de la boricua Giannina Braschi

November 24, 2011|Por Juan Carlos Pérez-Duthie, Especial para El Sentinel

El término vanguardia le sienta muy bien a la escritora, poeta y académica Giannina Braschi. Porque tan polifacética ha sido en su manera de escribir como variada su vida.

 

Braschi, nacida y criada en el seno de una familia de abolengo en Puerto Rico, de jovencita cantó en el Coro de Niños de San Juan, fue campeona de tenis, y luego modelo. En 1970, cursó estudios en literatura comparativa en Europa, y en 1974 se mudó a Nueva York, donde completó un doctorado en letras hispánicas.

Desde entonces, Nueva York ha sido el hogar de esta escritora puertorriqueña que uno pensaría se hubiera dedicado a oscuros análisis literarios. Por el contrario. En 1998, sorprendió con un libro de corte experimental escrito en español, ingles y Spanglish, llamado Yo-Yo Boing! El nombre hacía referencia a un famoso comediante de Puerto Rico apodado igual. Nada aparentemente más lejano a los trabajos que Braschi hizo en los 80 sobre Cervantes, Bécquer, García Lorca y otros gigantes de la literatura en español.

El sello editorial Amazon Crossing (de la compañía Amazon), ha reeditado ese libro, otro libro anterior, y sacado su más reciente, United States of Banana, en inglés, publicado a principios de noviembre.

“Es un híbrido, una mezcla de géneros”, dice sobre el nuevo texto, dividido en dos secciones, y cuya segunda estudia la relación entre Estados Unidos, Puerto Rico, y Latinoamérica, o el norte y el sur. “La primera parte se llama Ground Zero, pero en realidad, es como una continuación de Yo-Yo Boing! Todo esto es como una épica, en la que un libro empieza donde el otro acaba. Ground Zero es lo que pasó antes, para llegar a United States of Banana“.

La primera sección surge de que Braschi vivía en el bajo Manhattan, a dos cuadras de donde tuvieron lugar los ataques terroristas del 11 de septiembre en las Torres Gemelas. “Yo vi toda la destrucción”, recuerda.

La destrucción de lo que aconteció en Nueva York le hizo ver la realidad del mundo de otra manera, por lo que el libro refleja corrientes de acción y pensamiento que hoy se están viendo manifestadas en las protestas del movimiento Occupy Wall Street y su repudio hacia la avaricia y los bancos. Pero para Braschi, hay también formándose un nuevo esquema político mundial.

“Me di cuenta que los poderes estaban cambiando, que se están abriendo nuevos caminos”, considera. “Sentí lo que estaba pasando en las calles, mucha gente caminando que no tenían voces, que nunca se expresaban, y esas palabras se están expresando ahora poco a poco”.

Esas palabras las expresa Braschi a través de sus personajes en las páginas de este libro a veces humorístico y a veces denso, en el que hace pronunciamientos que pueden resultar controversiales, hasta incendiarios, para algunos. Como que el imperio está cayendo, o que la revolución ya era hora que se manifestara, que el nativo se está convirtiendo en extranjero, y que la Estatua de la Libertad se convirtió en criminal de guerra.

“Es un análisis, pero también un manifiesto político estético”, explica. “Los personajes han nacido dentro de mí”, prosigue. “Son Zaratustra el filósofo, porque tengo a un filósofo por dentro. Tengo a un actor y poeta que es Hamlet; yo, porque es mi propia historia la que estoy contando; y Segismundo, que es el que va a manifestar la voz de las masas”.

United States of Banana

Reviewed by Daniela Daniele

Evergreen Review #129

http://www.evergreenreview.com/128/review_us_of_banana.shtml

Apocalypse and grand-guignol merge in Giannina Braschi’s irreverent account of September 11th. Turning disaster into a Surreal nightmare, she catalogues what is left of the attack to the Towers in the form of scattered body parts: here, the torso of a businessmen flying in his bright white shirt, there, two hands holding each other before the last jump, and, only few blocks away, a rolling head crowned by glazed donuts.

Perfect for an audiobook in its jazzy, colloquial style, and ideal to be read aloud in the corrosive style of Lenny Bruce, United States of Banana develops from the sophisticated intricacy of a Postmodern narrative, overlapping the voices of Segismundo and Hamlet, Calderon and Shakespeare, Seneca and Artaud. Through her intertextual vision shaped by the masterpieces of both the Spanish and the English tradition, the Puerto Rican writer accounts for the falling towers as the ultimate American spectacle, turning terror and catastrophe into a tragic comedy seen through the bewildered, satiric eyes of a Hispanic passer-by. Her black humor is as blasphemous as Max Papeschi’s digital collage of McDonald’s clowns in a military mission in Afghanistan. Challenging the fear and repression of dissent in the age of terror, Giannina Braschi wickedly brings a black humorous touch to the entropic scenes of disaster, writing from the estranged perspective of a Puerto Rican in New York. The best part of her writing lies in the code switching and the verbal ironies produced by her creative use of Spanglish, which contributes to make of September 11th a transnational event broader than the monochrome version staged on tv.

From its very title, United States of Banana, is the quintessential danse macabre of the millennium, coming from a word-player who knows how to grin at despair, like a Shakespearean fool who is too busy to dig out from the ashes the signs of a new era to partake of the mourning hoopla of the national order resuscitated after the mutilating attack to the most iconic towers in media history.

http://www.amazon.com/s/ref=nb_sb_noss?url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=united+states+of+banana

The Story of America Begins Here

Berättelsen om Amerika Börjar Nu

Giannina Braschi: ”Drömmarnas imperium” Publicerad 2012-05-25 08:36 Giannina Braschis prosa tar färg och tempo från gatans poesi. Samtidigt är den lärd och full av litterära referenser. Hennes skildring av 11 september är något alldeles nytt och eget, skriver Ingrid Elam.

 

Kort tid efter 11 september 2001 började de skönlitterära bearbetningarna av katastrofen komma, Jonathan Safran Foers ”Extremt högt och otroligt nära” publicerades 2005 och två år senare gav Don de Lillo ut ”Falling man”. Nu föreligger också delar av det hittills kanske mest originella bidraget till litteraturen om 11 september-attackerna i svensk översättning, Giannina Braschis ”United States of Banana” från 2011, som får inleda urvalsvolymen ”Drömmarnas imperium”. Så här kan det låta: Valmöjligheterna är absurda. De kan välja mellan potatismos, pommes frites och bakad potatis. Men hur man än serverar den är det samma potatis. Om du frågar mig om det är bättre att vara conquistada por un conquistador o exterminada por un exterminador, prefiero ser vencida Braschi skriver en prosa som tar färg och tempo av gatans poesi med dess speciella tilltal, hiphop-rytmer och stilblandning, men hon skriver inte på gatans språk utan på en bildad, litterär engelska och spanska, full av sofistikerade ordlekar. I korta stycken fångar hon tillståndet efter 11 september, mardrömmarna, skräcksynerna, politikens förfall. Vad finns kvar i New York? Staden iakttas av en spanskspråkig invandrare som talar direkt till alla som vill höra. Vilka är människans villkor nu? Kroppsdelar far genom luften, där faller en man i vit skjorta utan ben och huvud, här två avslitna händer som fortfarande håller varandra. Allt faller, tornen, börsen, människovärdet. Det är en apokalyps på blandat och brutet talspråk men det är också, märker man efter hand, en filosofisk betraktelse över 2000-talets öde land. Den genljuder av lärda referenser, inte bara kroppsdelar utan även diktrader och delar av dramatiska dialoger fladdrar förbi i efterskalvens luftvirvlar, en bit Yeats, en trasa Eliot, en essäsnutt Benjamin. Giannina Braschi doktorerade i litteraturvetenskap på 1970-talet, hon rör sig på ett västerländskt bildningsfält, men hon experimenterar fritt med de plantor som växer där och vänder upp och ner på hierarkier. Viktigast bland undertexterna är Shakespeares ”Hamlet” och Calderóns ”Livet en dröm”. Den senare handlar om prins Segismundo som låstes in av sin far i en jordhåla och växte upp där utan kontakt med världen utanför. Det är ingen tvekan om vem av de två som har jagberättarens sympati, Hamlet som dödar i skydd av ett draperi och tvekar där Ofelia vågar ta språnget ut på djupt vatten, eller Segismundo som reser sig mot sin far och mot alla odds lyckas vända sitt öde. Braschi lägger perspektivet konsekvent hos invandraren – själv är hon född i Puerto Rico – hon insisterar på att det spanska arvet är lika viktigt som det anglosaxiska och att berättelsen om Amerika måste skrivas om efter 11 september. Saf¬ran Foers och de Lillos romaner är i grunden traditionella berättelser om några livsöden i skuggan av katastrofen, medan Braschi gör något nytt och eget. Det handlar inte så mycket om vad hon berättar utan vad formen säger, nämligen att Amerika varken är en smältdegel eller består av många från varandra åtskilda ghetton. I stället är hennes Amerika en väv där alla inslag syns och berör varandra. Braschis bidrag till den nya berättelsen är allt annat än realistisk eller harmonisk, snarast blasfemisk, full av förtvivlan och svart humor. ”United States of Bananas ”är hennes senaste bok men den ligger först i det svenska urvalet som i övrigt rymmer en mindre bit ur ”Yo-Yo Boing!” från 1998 och en längre ur den bok som också är urvalsvolymens titel, ”Drömmarnas imperium” från 1988. Det är en klok omvänd ordning, de tidigare verken är svårare att ta till sig i bokform, ”Yo-Yo Boing!” blandar två språk till spanglish och de korta prosastyckena i ”Drömmarnas imperium” är hallucinatoriska New York-impressioner – före tornens fall. Båda är med sin rastlöst svängande rörelse som gjorda för högläsning. De två översättarna, poeterna Helena Eriksson och Hanna Nordenhök bidrar med var sitt efterord, Nordenhöks är en introducerande miniessä medan Eriksson snarast skriver vidare på Braschis text. Deras översättningar är utmärkta och fångar känslan av att befinna sig i den del av Amerika där människor möts i ett brokigt men ändå samlevnadsmöjligt flöde av språk och erfarenheter: New York.

Ingrid Elam litteratur@dn.se

 

http://www.dn.se/dnbok/bokrecensioner/giannina-braschi-drommarnas-imperium

United States of Banana: Burial of the Sardine

Still Life Vanitas

There at the Fulton Market—where three roads intersect—was the point where HAMLET, GIANNINA, and ZARATHUSTRA first met. The three had been walking the streets like mad—without stopping to rest—until they came to the South Street Seaport—where flies were harrowing around the halo of the fish market that smelled like the rot of Chinatown. They recognized one another and walked toward each other with dead bodies on their backs.

GIANNINA: I’m burying the sardine—the dead body I carry on my back.

ZARATHUSTRA: A little fish—in a little coffin. And for this—for this little stinky thing—we came from so far?

GIANNINA: Look, it’s moving. It’s still alive.

ZARATHUSTRA: It’s so salty and ugly it itches and bites.

GIANNINA: It worked its whole life in the sludge of oil and vinegar. I’ll sprinkle incense, myrrh, and a pound of gold to be buried with it under the Sand.

HAMLET: Hurry up. The ferry will leave without us.

GIANNINA: You have no idea how much I’ve suffered under the influence of this rigorous but retarded sardine. Not a warrior, but a soldier. Making me vow to its regiment of passive-aggressive work. No traveling was allowed. No smoking allowed. No pets allowed. No one could get near me because the sardine would stink—and its stink would bite. Sometimes it would fly around the rim, but it would always dive back into the can of sardines—looking for its paycheck. Every two weeks—it brought me a salary—the stinky sardine—and I brought home all I could buy with that salary—confinement, imprisonment. Depending on a salary made me salivate—but it blew my mind to dust—the dust that blows around and makes you cough—but you hardly can see it because it’s made of dust. But I’m not made of dust—I’m made of flesh—and making love to the little sardine drove me crazy. It was such a little fish it barely filled my mouth. I could hardly eat it. I grew hungry—hungry for a big fish. God help me—no more fish! Please no clams, no oysters! Please—nothing shelled or scaled! Nothing salted—nothing finned or fanged! Because it had fangs—the sardine had fangs—and it bit me like a rabid squirrel. It must have known I wanted to bury it. Its fangs were long—and its screams were shrill— and it held grudges—and it had bones to pick. It blamed me for keeping it down—but all I wanted was its liberation from the can. I wanted it to breathe clean air—and to sing. Your mouth is already open—now take a deep breath, little fishy, and sing—sing a song of love. You know my cords are made of vibrant colors. You know I too come from the sea—but I don’t come with grudges in my fangs. I come with wings to fly from your stink. I hate sardines.

ZARATHUSTRA: Then why do you eat them?

GIANNINA: Because I detest their helplessness. I wouldn’t eat a lion. It would eat me first. I eat what is weaker than me. I like lamb. I watch a grazing lamb, and my mouth waters. I could eat it alive. But not sardines. They’re already dead. They never lived. They’re dead even when they’re alive. Always with their mouths open. Begging for water. And I don’t mind beggars. But sardines are not beggars—they’re squirmers. They beg for water—but what they really want is to eat you alive—with their deadliness—which is a plague—a virus—bacteria—something contagious that kills you without killing you. They open their mouths to beg for water—but do nothing but gulp the draught and wait for water—with their mouths open—as if snoring, which is worse than imploring—they’re beggarly beggars that don’t even beg—they’re too dead to beg—and they’re deadly contagious. It’s their deadliness that lingers over me every day of my life—the dead inertia of the sardine that obeys and begs for water, gallons of water, and does what it’s asked to do in spite of no water and denies itself so much—that it doesn’t realize it doesn’t have a being anymore—and it lets itself be canned—always with its open mouth saying:

Drop dead, but give me drops of water. I don’t want to be buried alive. I want to survive. I’m a salaried sardine. Give me more  money.

That’s why they’re so salty and ugly, they itch and bite. Because they’re salivating for salty salaries—salty salaried sardines.

ZARATHUSTRA: It is not a sardine. It is a big fish.

GIANNINA: The coffin is small, but the stench is immense. Zarathustra, would you allow my little pet to be buried in the same hole of the hollow tree where you left the tightrope walker?

HAMLET: And may I please leave the putrefied carrion in the same hollow tree?

GIANNINA: We are burying sameness—the aesthetic principle of sameness—the three together—at the same time—holding hands—burying bodies in the same hollow tree—and running free from freedom. Free…